Ospite dell’incontro di aprile dei Believers meeting, la community che mette in connessione imprenditori, professionisti e giovani del territorio, chiediamo a Giusy Citro un commento su questa esperienza.
E’ stata infatti protagonista di un’intensa serata, intensa per i temi trattati ma anche spumeggiante, per la sua verve e per aver condiviso il microfono con il fratello Fabrizio, con cui lavora fianco a fianco nell’impresa di famiglia, Industria Grafica FG, realtà attiva nel settore della comunicazione visiva e della stampa digitale di grande formato.
Il suo percorso imprenditoriale infatti non era segnato né prevedibile visti gli studi in giurisprudenza che l’avevano condotta alla pratica forense. Proprio quella è stata però la chiave d’accesso in azienda, prima a sostegno delle attività legali fino a diventarne CEO.
Innanzitutto cosa è per te Believers.
Per me Believers è uno spazio di confronto autentico, in cui il padrone di casa, Francesco Della Corte, accompagna la conversazione in un modo così elegante ed empatico da valorizzare chi ha davanti.
Cosa ti è rimasto maggiormente impresso della serata?
Il silenzio del pubblico dopo le mie risposte ad alcune domande e cosa che ho percepito come emozione, il segno invisibile che qualcosa del mio discorso aveva colpito nel profondo.
Quando ho detto: «La fortuna non esiste. Esiste la fortuna degli audaci», le persone sono rimaste ammutolite. In quel momento mi sono sentita spiazzata, ho pensato di aver detto qualcosa di sbagliato. Poi ho visto i volti annuire, in una connessione tangibile tra me e loro. In quel momento ho capito che certe parole, quando nascono da ciò che si è davvero vissuto, sorvolano gli applausi perché arrivano dritte al cuore.
Com’è stato essere dall’altra parte, dopo essere stata spesso tra il pubblico di Believers?
La differenza è enorme. Quando sei tra il pubblico puoi lasciarti ispirare, prendere appunti, ascoltare le storie degli altri e pensare «Posso farcela anch’io». Hai il privilegio della distanza, che ti protegge. Sotto i riflettori, invece, non puoi nasconderti, sei vulnerabile. Hai gli occhi puntati addosso e sai che puoi accendere qualcosa in chi ascolta oppure lasciarlo indifferente. Questa responsabilità la senti addosso, ma solo all’inizio. L’intervista è diventata quasi subito una chiacchierata senza filtri. Del resto difficile tenere imbrigliata la mia spontaneità!

Secondo te cosa ha colpito della tua intervista?
Ho capito che l’autenticità paga. Il riscontro l’ho avuto la sera stessa, dal tenore dei messaggi e commenti ricevuti.
Io non ho raccontato solo i successi ma la fatica che c’è dietro. E nonostante il timore di essere giudicata, non ho taciuto sugli errori e le notti insonni, sul peso di entrare in azienda a trentacinque anni, con un’esperienza nelle aule dei Tribunali e poca dimestichezza con le dinamiche aziendali.
L’ho fatto nella speranza di poter essere di conforto e di esempio a chi in questo momento sta cambiando vita, passa un momento difficile, è alle prese con una sfida. L’impatto che abbiamo sugli altri spesso è inconsapevole e più grande di quanto immaginiamo.
Scegli due cose che vorresti restassero impresse del tuo passaggio a Believers.
La prima è l’importanza di gestire nel modo corretto il cambio generazionale, un passaggio che determina se un’azienda vive o muore. Spero che i genitori capiscano sempre più che conta dare fiducia ai figli, passare per davvero il testimone generando senso di responsabilità.
La seconda è la mia ossessione, la funzione dell’organizzazione. In questo io forse eccedo anche, con le mie manie di perfezionismo, ma ho imparato che la pianificazione è il modo per rendere il rischio sostenibile. È la base solida che ti consente la libertà di osare.
Cosa hai capito?
Già lo sapevo ma ne ho avuto conferma: la gente è stanca di guru senza crepe, vuole storie vere. Metodi, non miracoli.
Hai raggiunto l’obiettivo se…?
Se dopo la mia intervista anche solo una persona ha preso un foglio e ha iniziato a organizzare il proprio caos, ne sono felice. Avere un piano d’azione è fondamentale per trasformare le intenzioni in risultati concreti, per scegliere cosa conta, cosa può aspettare, e soprattutto cosa merita davvero attenzione. È anche un modo per rendere il rischio più umano. Perché l’impresa è sempre incertezza, ma un piano la rende attraversabile: ti permette di prevedere, aggiustare, correggere la rotta senza perderti.