Lo scorso gennaio ha partecipato ad uno degli incontri di Believers, la community che mette insieme persone, imprenditori e professionisti, interessate alle tematiche della crescita personale e al networking e desiderose di lasciarsi ispirare dalle storie di quanti hanno creduto, appunto, nella loro idea, hanno investito su sé stessi e sono riusciti nell’impresa.
Parliamo di Alessandro Marinella, quarta generazione della famiglia Marinella, titolare di E. Marinella, che ha fatto la storia della sartoria napoletana e italiana con le sue cravatte, indossate da re, statisti, imprenditori e star internazionali. Un’azienda in evoluzione che ha trovato nell’ingresso della giovane generazione una nuova spinta.
Lo abbiamo raggiunto per raccogliere le sue impressioni sul talk di Believers ed approfondire la sua storia professionale ed umana.
Cosa ha portato a casa con sé dalla serata di Believers?
E’ stata una serata che mi ha lasciato tanta carica. Era da tempo che non vedevo ragazzi, giovani come me, così motivati e volenterosi di fare qualcosa per il loro territorio che potesse avere una eco mondiale ma che contemporaneamente mostrasse, chiare, le proprie radici.
Le serate di Believers sono volte alla crescita personale. Può ricordare un episodio che, per lei, ha rappresentato un’occasione di crescita e maturazione?
In questi anni ci sono stati tanti episodi che hanno rappresentato per me un’occasione di evoluzione professionale ma più che di episodi, parlerei di persone che mi hanno affiancato dandomi un grande supporto. In primis, mi piace ricordare un manager di Procter&Gamble che mi affiancò nei primi due anni aiutandomi a traghettare l’azienda nel delicato passaggio generazionale. Successivamente ci siamo affidati ad una società di consulenza di Napoli per mettere a punto i processi aziendali. Questo tipo di affiancamento è stato molto importante per rendermi l’imprenditore che sono adesso.

E una difficoltà, un fallimento? Come si è rialzato?
Un periodo difficile è stato certamente quello della pandemia, che scoppiò a tre anni dal mio ingresso in azienda.
E’ stato una sfida enorme ma anche un’opportunità. Riguardo ai fallimenti, sono soprattutto di prodotto. Mi riferisco a linee di prodotto che non hanno funzionato e non hanno dato il ritorno sperato. Anche quelle sono state delle esperienze importanti. Nel corso degli anni poi ho anche avviato delle mie attività a latere, alcune delle quali hanno avuto successo e vanno molto bene altre invece non sono andate bene. Anche quelle sono state di grandissimo insegnamento per la riuscita delle altre.
Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere una impresa propria?
Consiglierei di non invaghirsi delle mode temporanee e di cercare invece di capire quali sono le esigenze specifiche di un target di riferimento e cercare di soddisfarle. Non bisogna per forza fare qualcosa di nuovo ma bisogna fare qualcosa di meglio, di più efficiente, di più pratico, di più comodo per il consumatore. Jeff Bezos diceva che non bisogna soffermarsi su come diventerà il mondo bensì su cosa non cambierà e quindi sfruttare quella cosa e farla meglio.
Infine, quanto conta il legame con il territorio?
E’ importantissimo poichè ci dà quell’esperienza necessaria per capire cosa manca al nostro territorio ed avere una grandissima possibilità di sopperire a quella mancanza. Molto spesso le persone vanno fuori, lontano dalla loro regione o all’estero e si rendono conto di come funzionano le cose in un altro contesto. Un volta tornate, se nel territorio di origine quelle stesse cose non funzionano come dovrebbero, hanno le conosce che le rende in grado di portare soluzioni innovative e dunque rispondere ai bisogni, talvolta inespressi, della gente, degli utenti, dei consumatori.