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IL MARKETING? SE CONSAPEVOLE, FA ANCHE BENE

Azioni di marketing consapevole fanno bene sia all’azienda, o al professionista, che le attua sia a chi le riceve.

Una dinamica win-win di cui Carmela Villani si fa promotrice nella sua attività di consulente e nell’offerta di webinar, pubblicazioni e podcast gratuiti per incrementare la cultura del marketing. “Perché il marketing dovrebbe essere accessibile a tutti”, dice.

E’ da poco stato pubblicato il suo libro dal titolo “Crescita aziendale e responsabilità sociale – Il metodo del marketing consapevole”, ma chi è Carmela Villani?

Innazitutto è la CEO di CiVuoleMarketing Società Benefit, che nasce dalla sua esperienza nell’ambito del marketing ma anche da quella nel settore educational e del volontariato, che le ha permesso, in maniera quasi naturale, di trasformare la sua in una società benefit.

Perchè parla di “marketing consapevole”?

«Nella mia esperienza di consulente, mi sono resa conto che spesso le aziende inciampano in situazioni banali. Per questo ho deciso di aiutare gli imprenditori ad utilizzare i processi di marketing, a farli funzionare e ad incrementare le vendite B2B. Per farlo serve ritrovare consapevolezza delle motivazioni che hanno spinto l’imprenditore a creare la sua impresa, serve riscoprire i valori profondi e fondanti, tornare alla missione iniziale. Spesso, gli imprenditori trascurano un elemento importante, che è un vero e proprio asset strategico: costruire relazioni durature».

In che senso le relazioni sono un asset di cui il marketing deve tener conto?

«L’azienda agisce in un contesto sociale, in un ambito territoriale, con cui, gioco forza, intesse delle relazioni. Queste creano valore, non solo in termini di fatturato ma anche in termini di riconoscibilità del marchio, fidelizzazione al prodotto o al servizio, nel momento in cui quel territorio o quella comunità beneficiano delle ricadute di quell’attività. Fare marketing consapevole significa dunque capire che l’aspetto tecnico del marketing non è slegato dall’aspetto valoriale: capire e comunicare l’impatto positivo delle scelte dell’azienda sul cosmo che la circonda. Questo è il marketing consapevole».

L’ultimo libro di Carmela Villani

Ha registrato un Protocollo Stra-Operativo di marketing. Può svelarcene qualche punto fondamentale?

«Abbiamo provato ad inserire nel libro il nostro protocollo di lavoro per cercare di stimolare a combinare insieme strategia, impatto e sostenibilità. Le aziende spesso non realizzano che i valori, la missione, la reason why, l’impatto sul territorio sono strumenti di marketing.

Definire la narrazione di questi asset, raccontare quello che si è, quello che si fa e come lo si fa, anche con le imperfezioni che possono, inevitabilmente, esserci, è parte della relazione che si crea con il cliente ed è una leva di marketing.

Questo vale anche per i professionisti che ruotano attorno all’azienda. Nessun professionista viene scelto solo per la sua professionalità ma anche per il suo mondo valoriale, per la sua riconoscibilità in un determinato settore e tutto questo va messo in chiaro, raccontato».

Dunque ad un’azienda già avviata così come ad una start up, quale azione di marketing suggerirebbe come imprescindibile?

«Sia l’azienda storica che la start up devono recuperare il proprio know how. Anche nelle start up infatti ormai c’è un sostrato di conoscenze e di competenze che si è creato dalla pratica e che è importantissimo. Raccontare in maniera puntuale e genuina quello che realmente fai con il cliente, spiegare come l’azienda lo aiuta a vendere, come interviene per risolvere le criticità, sempre in un’ottica di beneficio reciproco, è fondamentale. Bisogna fare branding ma in maniera più umana».

Con quali strumenti concreti?

«Partendo dall’assessment, partendo, ancora una volta, dai valori, dalla consapevolezza che l’azienda non puoi farla da solo e che non si può guardare solo al fatturato ma che si deve guardare anche al benessere delle persone e dell’ambiente. Bisogna avere una profonda conoscenza della cultura della sostenibilità per mettere in pratica i criteri ESG che, in fondo, sono sempre esistiti».

Ha toccato un tema, quello della sostenibilità, che ci porta alla sua Società Benefit. Alle aziende, anche piccole, che volessero diventare Società Benefit, cosa direbbe? Potrebbero essere spaventate dai costi e dell’impegno che questo passo potrebbe comportare.

«Questo è un tema importante che ha generato anche in me dei quesiti quando ho iniziato ad entrare in contatto con questo modello di business.

Molte aziende, professionisti ed artigiani, già fanno delle attività pro-bono e di sostenibilità sociale o ambientale. Bisogna però metterlo su carta.

Un artigiano che tiene dei workshop gratuiti per divulgare il suo mestiere, perché sa che rischia di scomparire, già agisce in maniera sostenibile. Scegliere di diventare Società Benefit darà più forza, visibilità e riconoscibilità a quello che fa, non solo presso la comunità ma anche presso i clienti e gli stakeholder.

Certo, questo ha un costo ma anche le piccole aziende possono diventare Società Benefit e anzi, sono avvantaggiate. Il processo di certificazione è invece più complesso per le aziende che hanno anche una struttura di produzione ma queste, di solito, sono anche già più organizzate e dunque preparate anche per la rendicontazione delle loro azioni benefit».

La sua azienda ha sede a Nocera ed opera principalmente con aziende del Sud. A che punto siamo rispetto alla Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) in queste zone?

«Inutile nasconderlo, siamo un po’ indietro. Si ha un po’ timore a prendersi degli impegni in tal senso, a mettersi in gioco, a coinvolgere gli stakeholder. Per questo è molto importante la fase di assessment.

Al giorno d’oggi, con tutte le sfide che i nostri tempi ci presentano, l’unica chiave di crescita delle imprese à fare qualcosa per gli altri e i consumatori ripagano gli sforzi e l’impegno.

Sempre più spesso infatti  scelgono chi ci mette la faccia, chi riesce a raccontare che dietro all’azienda ci sono persone».

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